Suoni in Technicolor®

23 Set

-Usciamo ad ascoltare il suono della città?- Mi disse una sera. Ero rimasto misto sbigottito/shockato da una domanda del genere. La guardavo.

-Sai… mi sono procurata uno Shure.. è un fucilotto che capta i rumori, è un po’ vecchio ma fa’ il suo sporco lavoro-. -E che ci fai? Spii i vicini? Le conversazioni dei passanti?- Le chiesi sarcasticamente. Mi fissava delusa. -Dai… non si può mai fare dell’ironia con te! Ma non hai risposto alla domanda-. -Che ci fai con quel microfono?-. Immagino che in un primo momento avesse pensato che non me ne fregava niente della proposta, ora, sembrava contenta di trovarmi interessato ai suoi esperimenti. Sembrava felice. -Niente… registro i suoni ambientali per poi solitamente campionarli ed utilizzarli nei miei lavori-. -Eh grazie tante!- Pensavo: -Una risposta più scontata da una che di mestiere fa’ cut&paste di tracce audio e manipola i suoni al ritmo di immagini…-

-Ma perchè il rumore di Milano?- ripresi io.

-Per immaginare, per vedere- Mi rispose. -Ok…- Dissi vagamente smarrito. -Prova a usare l’immaginazione-: Mi dicevo. -Tipo che tu ti metti li, punti il microfono ovunque nel vuoto e cerchi di immaginarti cosa produce quel suono?- I suoi occhi si spalancarono. -Presa!- Ce l’avevo fatta, avevo indovinato!

-Qualcosa del genere…- Rispose compiaciuta. -Vedi che quando vuoi riesci a usare la testa?-

Risi. Ero ancora euforico, dopo un anno che la conoscevo sarà stata la terza volta che riuscivo a capire quello che intendeva. Così. Istintivamente: non era una questione di cervello, di nervi, fantasia, era una questione di atmosfera. Come le corde di un pianoforte, percosse da un martelletto ed il pedale abbassato, dovevo cercare di risuonare come le corde a riposo vicino alle altre. Oscillanti. Ma non è facile.

-Allora quando andiamo?- Chiesi.

-Dopo mangiato.- Rispose.

Mangiammo dal maghrebino e come al solito ci perdemmo nei nostri discorsi narcisistici. Noi, il futuro. le incertezze. I vorrei vorrei…

Si fece l’una o forse era più tardi.

Io ero steso sul suo divano a testa in giù, gambe all’aria. Guardavo la TV: “Fuori Orario” su Rai Tre. E’ un programma fantastico. Passavano fantasmi, fantasmi televisivi. Li vedevo all’incontrario. A testa in giù. Illuminato dal solo televisore.

Lei uscì di colpo dalla doccia, si frappose fra me e i fantasmi. La osservavo da sotto.

-Adesso che facciamo?- Chiesi. -Per adesso andiamo fuori.- -Vestiti e usciamo- Mi rispose, con solo un asciugamano addosso e tutta ancora gocciolante dalla doccia.

Ora capirete bene, ok… magari sono un insaziabile in certi momenti della notte… insomma avevo bisogno di una doccia fredda.

-Dopo continuiamo il discorso di prima, volevo farmi la doccia…- Ora ero contento, ma la necessità di una doccia fredda si faceva ancora più impellente. -Ok, ma sappi che per me tu ti formalizzi troppo- le risposi mentre scivolavo lentamente sul pavimento e mi rigiravo, quasi fossi stato un’anguilla. Ora ero disteso a pancia in giù sul pavimento. Marmo gelido. Chiusi gli occhi. -No, non è sufficiente.-

Dopo dieci minuti, calmati i bollori, mi apprestavo a preparare il microfono riponendolo nell’apposita custodia. Lei mi porgeva il mixer a 3 vie, il filtro multimodale, le cuffie, i cavi e l’alimentatore da auto.

-Ma reggerà la batteria?- Chiesi dubbioso. -Si… non ti preoccupare! E’ tutto sotto controllo..- Sorrideva: -Se regge il computer perchè non dovrebbe reggere il mixer?-

-Va’ bene, mi fido.- le risposi.

E fù così che uscimmo in jeans e ciabatte, nella notte di Milano. Wire-Bag in spalla, io, lo shure in spalla lei. Arrivammo alla macchina, caricammo il materiale. Accese il motore e ci mettemmo in viaggio.

Durante il viaggio cercavo di montare il mixer: ero impaziente di utilizzare il microfono per sondare i rumori notturni della città.

Alimentatore nella presa dell’accendino, Ok. Mixer attaccato alla ciabatta, Ok. Microfono – Filtro – Mixer. Ok. Cuffie nel Mixer ok.

Mi misi le cuffie e regolai i volumi. Accesi il filtro e poi il mixer. Azzerai tutti i cut-off. Aprii il finestrino e puntai il microfono. Accesi il phantom del mixer: ora l’energia arrivava al microfono e la realtà diventava una giostra di suoni.

Mi fece un gesto con le mani per chiedermi la cuffia. Le passai la cuffia e nel mentre le chiesi: -Ce la fai a guidare con questo nelle orecchie?- Annuì: -L’ho già fatto altre volte!-.

La macchina rallentò ed entrammo in una galleria: sentimmo il rumore del motore riflesso sulle pareti della galleria, lei tagliò le frequenze alte e quelle più basse. Si poteva sentire distintamente il rumore dei battistrada sull’asfalto e il rumore del gas di scarico borbottare mentre esce dalla marmitta. Scalò la marcia: terza, quarta. Sentii distintamente il rumore della scatola del cambio e la frizione che si abbassava: clic – clock e i denti dell’albero che ingranavano. Mentre ascoltavo immaginavo. Frazioni di secondi come immagini scattate a raffica si materializzavano nel mio cervello. In sequenza. Usciti dalla galleria fu’ come se la macchina fosse in prospettiva. Sentivo un’ambulanza lontana ed un motorino con la marmitta bucata, il rumore del motore era ormai lontano.

Con un gesto veloce chiuse le frequenze medie e riaprì i alti: un attimo di vuoto e poi il rumore delle foglie ed il battistrada. Sulla destra della via c’erano palazzi con giardini. Sentivo un ronzare elettrico ed un ticchettare metallico andare e venire: erano i condizionatori sui balconi e le facciate dei palazzi. Arrivammo ad un incrocio, semaforo rosso, la macchina frenò gradualmente. Sentivo le ganasce ed i ferodi dei freni stringersi gradualmente, senza fretta, sui dischi delle ruote: sentivo un lieve stridio proprio dietro la nuca ma non era sgradevole, sembrava una nota che veniva suonata inizialmente pianissimo e poi sempre più forte ma non troppo. Scomparve di colpo. Eravamo fermi ad un incrocio. Semaforo rosso.

Notai un individuo sulla trentina, barba, occhiali, capelli castani mossi: si dirigeva verso le strisce pedonali per attraversare, riaprii i medi ed i bassi: ora potevo ascoltare i suoi passi ed udire il suo respiro. Alzai il volume e puntai il microfono verso di lui. Il rumore del motore era molto netto ma riuscivo a sentire il suo respiro e ogni tanto i suoi passi, camminava senza fretta e le suole gommose che indossavano facevano scricchiolare un poco la ghiaia sull’asfalto. Respirava piano, dal naso. Sentivo il rumore dei risvolti dei suoi jeans che strusciavano, ad ogni passo, tra di loro. Procedeva tranquillo: non aveva notato che nella macchina di fronte a lui c’erano due loschi individui armati con un microfono a fucile che puntavano dritto alla sua persona, per scrutare suoi rumori. Probabilmente si sarebbe spaventato ed avrebbe iniziato ad urlarci contro, assordandoci; forse sarebbe scappato ed avremmo potuto sentire la sua esclamazione di paura verso qualcuno che li punta addosso qualcosa che sembra una pistola col silenziatore. Come stavo dicendo, fortunatamente, continuò tranquillo a camminare con le mani in tasca di fronte alla macchina e passò oltre la postata del microfono.

Il semaforo divenne verde.

Prima, Frizione, Gas e poi di nuovo… un susseguirsi di rumori meccanici amplificati: Click – Clack ed un continuo borbottare, dolce e continuo. L’asfalto sembrava uno scrosci, quasi la macchina fosse una nave leggera che solca la città. Passando sopra strisce pedonali sembrava di andar a sbattere contro grosse onde che subito sparivano.

Passammo vicino alla ferrovia e sostammo lì per un po’ aspettando che passasse un treno. Nulla. Provammo ad amplificare, ma il risultato che ottenemmo fu solo di sentire le automobili che ci passavano accanto molto più amplificate ed assordanti. Per un po ci fu una specie di lunga pausa: eravamo lì, sopra la ferrovia e vicini al cimitero e non passò nulla. Solo un motorino regolare e senza marmitta truccata. Il motore della macchina era spento e si poteva sentire il fremere del metallo rovente che si raffredda nel motore: una serie di scatti metallici clank-clank. Decisi di smorzare gli alti ed i bassi amplificando solo i medi: riuscivo a sentire distintamente il motore. Immagino vibrasse per davvero mentre le giunzioni ed i pistoni si restringevano raffreddandosi. Dopo qualche commento su questo suono puntai il microfono sulla ferrovia.

Non si udì nulla per circa 5 minuti quand’ecco che sentimmo qualcosa zampettare. Provammo a guardare dal finestrino per capire cosa fosse, ma era buio e vedevamo solo i riflessi dei binari. Riaprimmo gli alti e li amplificammo. Ancora rumore di zampe e di sassi che vengono spostati. ora sentivamo anche il respiro dell’animale.

Ci girammo e fissandoci dritti nelle palle degli occhi esclamammo -Ma c’è un cane!- Ci sentimmo in cuffia e ridemmo. Le nostre risa, amplificate, si resero disturbanti e ci togliemmo le cuffie.

Fu come entrare in una stanza silenziosa. Ero leggermente stordito. Non ne sono sicuro, ma credo mi fossi abituato a tutta quella amplificazione; fatto sta che mi sentivo come se fossi in apnea.

-Come ti senti?- Mi chiese, subito, lei. -Come in apnea- le risposi. Rise tutta contenta e disse: -Proprio così, i tuoi sensi si sono adattati e adesso sei stordito, ti senti estraniato!-

-Vedi Laura, non fai che confermare la mia teoria secondo la quale non esiste droga più potente che la propria mente, il proprio sistema nervoso. La chimica “esterna” la usano solo quelli che impigriscono il cervello!- La interruppi.

-Sono contenta, ma adesso non fare l’accademico… goditi il momento.- Mi disse.

-Ok, ma il treno?- Rimettemmo le cuffie e nel frattempo risistemammo i filtri. Alti, medi e bassi tutti aperti. Ripuntammo il fucile sui binari e aspettammo. Ci volle poco: inizialmente sentimmo in lontananza il rumore del treno. “Tu-Tum Tu-Tum, Tu-Tum Tu-Tum” Chiusi gli occhi. Poi sentimmo i binari fremere, un rumore continuo e metallico, acuto e costante: dritto al centro della scatola cranica. Poi dei piccoli tuoni, come scintille. Erano i cavi della linea aerea che si toccavano. Era il rumore delle scariche elettriche ma non il solito “Zot” al quale siamo abituati. Sembravano biglie che cozzavano le une contro le altre. I binari iniziarono a farsi sentire sempre di più. Sentivo già la locomotiva avvicinarsi: andava abbastanza lenta e ciò ci permetteva di distinguere il rumore dei motori e delle ruote sulle rotaie. Il motore sembrava un coro di api, ronzava come tante api in un unico grande accordo lievemente oscillante, come il vibrato di un soprano. Le ruote sferragliavano emettendo un suono simile a un violino, molto alto e acuto. Nel frattempo sentivo distintamente il rumore delle ruote che saltano nella giuntura del binario: “Tu-Tum Tu-Tum”. la locomotiva passo oltre la portata del microfono: questo concerto divenne da prima più forte poi iniziò a smorzarsi molto velocemente, abbassandosi gradualmente di tono. Probabilmente era un treno passeggeri: sentivo il rumore dei condizionatori delle carrozze, due per ogni carrozza. Assomigliava al rumore di un frigorifero con in più delle ventole. Sentivo l’aria uscire dalle griglie dell’aria condizionata. Ogni tanto qualche brevissimo cigolio basso: come i cardini di un vecchio portone. Lo sbuffo di qualche arcana valvola. Il rumore delle ruote del treno sulle rotaie, costante e continuo. Un acuto terribile ed allo stesso tempo magnifico dietro la nuca. “Tu-Tum Tu-Tum, Tu-Tum Tu-Tum, Tu-Tum Tu-Tum” e sentimmo il treno passare oltre.

Ora sentivamo solo le rotaie che vibravano. Grosse corde d’acciaio vibravano ancora dopo il passaggio del grosso, ronzante e sbuffante convoglio.

Riaccese il motore, fece manovra ed uscimmo dal piccolo parcheggio vicino al cimitero.

Togliemmo le cuffie e ci dirigemmo verso casa. Parlammo un sacco di quello che avevamo sentito, descrivevamo coi versi i rumori ed i suoni. Facevamo accostamenti improbabili per spiegare cose per le quali è difficile trovare sinonimi o aggettivi. L’impressione comune che ne venne fuori è che la città e le entità che la compongono: macchine, persone, mezzi, superfici… è come una grande orchestra. Eravamo alquanto storditi e alterati nella percezione ma eravamo contenti come a natale. Ridevamo di cose, suoni e situazioni delle quali normalmente neanche ci accorgiamo. Tutto grazie ad un mixer e delle cuffie.

Tornammo a casa e rincominciammo il discorso, da dove lo avevamo interrotto. Finalmente.

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5 Risposte to “Suoni in Technicolor®”

  1. castry 23 settembre 2007 a 10:39 #

    Non pensavo che la teoria della capacità alterante della mente fosse tua.
    Bel racconto comunque, mi ricorda quando mi appostavo con il mio telescopio, e non per osservare gli astri.
    Il tuo racconto mi ricordava anche “le notti brave” in macchina dell’inviato di Lucignolo.^^

  2. experiment101 23 settembre 2007 a 12:58 #

    Dunque… non credo di essere l’unico a pensare che le droghe sono inutili;
    Effettivamente, col senno di poi, un po’ voyeur mi son sentito… ma non troppo!
    Su Lucignolo non so che dire è sempre stato un programma che schifavo e quindi non l’ho mai guardato; solo le prese per il culo dei Jalappi.

  3. LaDonnaCamèl 23 settembre 2007 a 21:50 #

    Bravo! Bellissimo pezzo, molto evocativo! Piaciuto assai.

  4. experiment101 23 settembre 2007 a 22:20 #

    Bene bene, son contento!
    I credits per le mie fagianate col photoshop?

  5. LaDonnaCamèl 24 settembre 2007 a 08:52 #

    Hai ragione, m’ero scordata:) appena ho un minuto provvedo

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