Ricordi di Marzo

1 Mar

E’ Marzo ed è nuvoloso. Oggi c’è vento. I Radiohead in cuffia.

E’ interessante notare come a volte anche solo la luce di una giornata o le condizioni atmosferiche ricordino giornate passate, ormai 5 anni fa’.

Le prime bigiate. Le manifestazioni per la pace, i treni presi scavalcando i finestrini a Cadorna. La compressione e gli odori molesti in vagoni a due piani. Poi la massa. In un parco. La linea ferroviaria bloccata da persone in protesta sui binari. I discorsi con i miei amici di allora, ora mai persi di vista, writers e graffitari, cibernetici applicati persi oramai nella notte dei tempi; chi travolto da situazioni familiar, sentimentali, chi rovinato dalla droga, chi col tempo poi ha ridefinito il suo percorso, affinandolo.

Gente scomparsa.

Oppure una mattina, quattro anni fa’. All’arco della pace. Seduti sui gradoni al limitare del Parco. Almeno tre persone il cui nome inizia con la A. Andammo alla triennale a vedere una mostra di arte contemporanea, fatta di tuci ed ombre. Accrocchi metallici dall’aspetto informe, barrette di acciaio saldate tra di loro, dall’aspetto non riconoscibile, illuminate dalla giusta angolatura si trasformavano in volti, cavalli, lampadine, paesaggi, biciclette. In fine i tram e il lieve rimorso per aver bigiato che riaffiorava verso l’una e mezza: dovevo tornare a casa e fingere di essere andato a scuola, compito difficoltoso ma non poi così tanto. Era assai più complicato digerire i pasti veloci fatti al McDonald’s.

Oppure una mattina, girando per corso Buenos Aires … un’anziana invalida ferma all’angolo con via Vitruvio, un tempo insegnante che mi chiese aiuto. Lei in carrozzina, paralizzata alle gambe, gonfia di cortisonici. Era artrosi.
Mi chiese di spingerla fino alla posta e poi fino al panettiere. Un calvario, la sua esistenza. Postandola in carrozzella mi accorsi di quanto Milano possa essere invivibile per chi vive a quell’altezza, coi tubi di scappamento dei camion dritti in faccia, i marciapiedi sconnessi, i pali in mezzo, le macchine parcheggiate sulle strisce. Un tempo faceva l’insegnante. Lei con borse e borsoni viveva la sua esistenza, documenti, cellulare, lastre e bollette imbucati nei sacchetti del GS. Una vita dura, una persona più che dignitosa. Abbandonata dai figli. Quel genere di persone che sono più dignitose e umili di tanti altri che ostentano bontà, comprensione, simpatia e poi magari a casa loro pisciano fuori dalla tazza. Altro che visoni ed ermellini. Quel mattino mi sentii utile, aiutavo una sconosciuta. Mi ripagò comprandomi una pizza. Non male! La salutai cordialmente e me ne tornai a casa. Quel giorno piansi. Ma era un pianto misto: ero contento di vivere, di essere fortunato e incazzato con la realtà, che a volte è terribile.

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