Flow Control/1: Psycho Rehab

6 Apr


Si trovava in una stanza buia. Ogni sua terminazione nervosa comunicava sensazioni oscillanti di luoghi già visti. Odore, piacere, terrore dolce e salato al tempo stesso. Salivazione alterata. Dalle feritoie della finestra filtrava una luce assordante. Ogni passo che compiva in quel luogo la accecava, quasi fosse carico di fulmini e scariche statiche multicolore. L’aria pareva liquida. I suoni parevano fisici. Come se stesse volando ma coi piedi aderenti al parquet consumato, ricoperto di uno strato di polvere e mozziconi spenti. In un angolo una poltrona. Era distante. Era come volare. Il respiro le pareva assente ma sentiva il sangue scorrerle nelle vene. Di nuovo. Percepiva odore di violette e caffè. In altre situazioni, in quello stato avrebbe vomitato o, presa dalla nausea, si sarebbe seduta a controllare gli spasm dello stomaco. Ora era rilassata. Il mondo la’ fuori non lasciava adito alla sua esistenza. Vide la poltrona avvicinarsi. Era lei che si avvicinava oppure la poltrona era sempre stata li. Le pareva di essere già stata in quei luoghi, le pareva di aver incontrato persone, parlato di cose che aveva solo immaginato di poter dire. Ora ne era sicura. Era un paradosso vivente. In fondo i suoi nervi motori non l’avrebbero mai portata li se non avesse incontrato l’uomo del gas. Quello si, lo aveva già incontrato. Alla sua tesi di laurea. Oppure in piscina. Era sicura di aver scambiato qualche parola. Prima di finire li.Prima che lui non le allungasse quella pastiglia gialla.

Alla fine di questo non ho trovato nulla? E’ bello essere in un paradosso.

Ora guardava in alto, i dotti lacrimali unidificavano lievemente la superficie delle palpebre che a loro volta agivano sui bulbi. Quanto basta per minimizzare la frizione e l’effetto delle scintille. Una lieve luce gialla le illuminava il volto. Guardò in alto. Una sorta di corda elastica. Ora si avvicinava, ora si allontanava. Seguiva il ritmo del suo diaframma. un respiro profondo e la vide avvicinarsi. Facendosi più grossa. Una corda nera bordata da un alone verde. La afferrò, giusto in tempo per volare ed essere catapultata. Verso un sonno profondo. Ricco di dettagli. Il suo cuore pulsava sempre più lentamente. Oppressione nella zona atriale. Sforzo, compressione, ipersaturazione. Le fauci schiumarono di rosso. Si risvegliò. In un letto d’ospedale. Era viva. Era distaccata. Era rinata. Nonostante i lividi sul collo. Nonostante la pace e la tranquillità di una ragazza ferma e sana siano state violate da un rapporto autolesionistico col proprio corpo.

Una mente totalmente distaccata dalla realtà è un paradosso dettato dall’urgenza. L’urgenza di terminare il flusso di stimoli.

I paradossi sono come sistemi di leve destinate a crollare e a piegarsi sotto il loro stesso peso. Ora lei lo sapeva. Ora lei aveva qualcosa per cui combattere. Per se’ stessa.

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