V come Vincere, Veronica, Vaffanculo.

2 Giu

Vincere. Come Berlusconi farà sicuramente alle Europee di questo mese. Senza attrito, senza sforzo, senza neppure vaselina. Stravincere. Col 40-50%, anche di più. Col 70% di popolarità: forse di più, ora, dopo la mancata coltellata al cuore della vicenda del divorzio. Semplicemente squallida per tutte le parti coinvolte, Lario e il solito PD babbeo per primi.

Con un avversario distrutto, ridotto al tappeto da se’ stesso anzitutto, e dall’astuzia  senza vera intelligenza e cuore di D’Alema, reale responsabile della transizione ventennale verso lo zero del centrosinistra nazionale; Proprio lui, quello che la sapeva lunga, quello della bicamerale, delle riforme condivise nel rispetto dell’avversario, un disastro via l’altro affrontato con un sorrisetto di supponenza sotto i baffi che ora sfiora la fissità maniacale. Vincere, vincere, vincere. Usare tutto. I simboli della Liberazione trasformati in simboli della Libertà (a che cosa corrisponderà poi, ‘sta parola, Silvio non lo ha mai chiarito davvero) e il fazzoletto partigiano trasformato genialmente in foulard del PdL. Il 25 aprile a Onna è stato il capolavoro di Silvio, concordiamo tutti. Un discorso perfetto, meravigliosamente, diplomaticamente ambiguo, che ha esaltato cani e porci. Offerto su un piatto d’argento dal boy scout Franceschini, che ancora – poverino – ragiona con la vecchia logica della non-contraddizione, del rispetto per la Storia e per la mediazione, quando di fronte ha una potenza della natura che nulla esclude e tutto ingloba e che darwinianamente lotta, come un formidabile gene egoista, per un solo obiettivo: il trionfo, lo strabotto. Di fronte al capolavoro di Silvio, alcuni sconnessi tentativi di ripresa di coscienza da parte del resto del Paese ci sono stati. Giusto per non lasciare tutta la gloria della ricostruzione delle macerie abruzzesi, diventate nella crisi (non solo economica) un luogo fondamentale dell’immaginario nazionale: IL PAESE CHE VA’ RICOSTRUITO CON DIGNITÀ.

È stato strano vedere nello studio di Mauro Pagani, un pomeriggio di fine aprile, quasi tutta la musica italiana racchiusa in tre metri quadri per cantare “Domani”. Da Jovanotti che dirigeva il coro ai Baustelle, a Gianna Nannini, Ferro, Battiato, Ligabue, alla chiunque. Si aveva l’impressione che lì dentro si tentasse un gioco diverso: una diminuzione dell’ego in favore di una comunità temporanea senza leader. Un Gesto rivolto agli altri, e basta. Mancava però di reale potenza, di fronte alla fulminea sintesi berlusconiana. La canzone-tutti-insieme-per-l’-Abruzzo è senza climax, senza orgasmo, è un canto di chierichetti. Il Paese Reale preferisce naturalmente scopare. La gara elettorale è calcistica (come del resto il primo nome del partito, “Forza Italia” ovviamente, come calcistica e non certo politica è stata l’opposizione verso i misteriosi “comunisti”), prevede un vincitore, mica è un’amichevole (ecco cos’era l’aria che si respirava da Pagani, una specie di versione sonora e bisex di una partita della Nazionale Cantanti). Il gioco vero è massimalista.

Vogliamo che si apra e si chiuda il televoto e vogliamo che qualcuno esca, pianga, e vada via. Anche se non se lo meritava fino in fondo. Il Paese vuole l’enfasi piallettata e col ciuffo biondo di X Factor, il sudore degli incredibili talent-show di ballerini del sabato pomeriggio televisivo, la fabbrica dei corpicini da strizzare, sfruttare e sostituire (geniale rappresentazione del mercato del lavoro flessibile o in estinzione). Siamo noi i concorrenti di X Factor o di Amici, anche se non c’è nulla che dovrebbe essere più distante da noi o da quello che ci piacerebbe essere. Dal “mondo che vorrei”, risuonato in versione per banda naturalmente abruzzese al Primo Maggio, e poi ricantata poco dopo da Vasco, in ottima forma. Il suo invito a stare nei piccoli affetti della vita, nel bar, non ha fatto che ribadire una specie di secondo riflusso, una sorta di consolazione spiccia dopo la rinuncia allo spazio pubblico, ovvero alla politica. Silvio di contro siamo noi, nel profondo di una italianità che manco sapevamo di avere più; Quella che tiriamo fuori quando l’Italia vince ai mondiali o in coda quando facciamo il gesto dell’ombrello o fischiamo a una figa per strada.

da "Il corpo del Capo" di Marco Belpoliti ed. Guanda

“Se passiamo in rassegna le sue immagini fotografiche -ufficiali- ci si rende subito conto che c’è un’esagerata volontà di essere ritratto, di essere presente negli album di famiglia e della storia” (per quanto squarciati dal gesto di Veronica o dal ritoccone sugli scatti del compleanno di Noemi) “Un narcisismo traboccante, ma anche qualcos’altro. Quasi un istinto, persino diabolico, di pensarsi in rapporto allo spettatore di turno, d’indossare gli abiti-maschera adatti a chi lo guarda. Detto altrimenti, l’attuale Presidente del Consiglio si fa’ fotografare – assume la posa in cui sarà o è fotografato – come se fosse uno specchio in cui contemplarsi. Noi – i suoi elettori, ma anche i suoi oppositori, detrattori e persino nemici – siamo la superficie riflettente in cui Silvio Berlusconi si guarda: la sua vera immagine è il mondo. E così si rovescia la favola di Andersen: siamo noi ad apparire nudi, non l’imperatore.”

[...]

“La gente vedeva il duce personaggio prima che persona; loro, gli italiani, avevano spinto il regime a trasformarsi in rappresentazione, così che Mussolini non aveva fatto altro che recitare scritto un copione scritto da quaranta milioni di mussoliniani. Il corpo di Berlusconi così come viene presentato dalle immagini costituisce una sorta di corpo-icona. Questo corpo è oggi quello di un leader che possiede un plusvalore simbolico dovuto al suo rapporto con la comunità intera, con il paese che , se non si raduna più sotto il balcone di piazza Venezia, ha tuttavia la propria piazza nella tv”

Berlusconi siamo noi, o meglio la parte inconfessabile di noi (oscena, tecnicamente), che non ha Super-io, ma che persegue con violenza il godimento senza guardare in faccia a nessuno. E noi-Silvio il 6 e 7 giugno stravinceremo. all’infinito. Per sempre. Vaffanculo a tutti. Tiè. Aleeeee’ Oh OOoohhh!

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