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Urla

21 Lug

«A me,  questo fatto qui mi provoca una tristezza! Ma hai presente?! Ma proprio TRISTEZZA!!»

Urla, Un Amico. Nella Notte

Ho presente si, mio caro amico. La questione qui è veramente cruciale. Le relazioni interpersonali tendono sempre più a rarefarsi, a rendersi effimere e quantizzate. Non basta più che una cosa sia spontanea. Anzi, più ci si “sbatte” perché – le cose vadano come devono andare – più si dimostra alla società che si ha il cazzo duro. Che si è capaci di stare al mondo, correggo, che il modo in cui si sta al mondo è socialmente accettato.

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Forse ho capito il problema…

26 Mar
Il partito della ciabatta
Insomma, capita di fermarsi e pensare. Si pensa si pensa, insomma, pensa che ti ripensa e s’è fatta una certa. Così all’ultimo momento, nell’ultimo spazio di tempo concesso, in pieno calo di zuccheri ti tornano in mente certi ritornelli…
Certe volte davvero devo stare da solo:
da tutta la gente devo prendere il volo.
Certe volte non sopporto nessuno:
se non scappo via, ammazzo qualcuno.
Forse ho capito il problema qual è:
la vita sociale non fa per me
Spendersi in futili chiacchiere
per dare il migliore profilo di sé.
Certe volte non riesco ad alzarmi dal letto la mattina:
la vita è troppo noiosa, e allora stacco la spina
Forse, forse, è solo uno stato mentale
ma all’idea di uscire io mi sento male
Forse ho capito il problema qual è:
la vita sociale non fa per me
Spendersi in futili chiacchiere
per dare il migliore profilo di sé
Certe volte mi scopro a fare fatica a parlare:
dico “Ciao, come va?” poi resto a guardare.
Forse potrei far di meglio se lo volessi
ma sono troppo pigro e poi non credo che mi interessi
Forse ho capito il problema qual è:
la vita sociale non fa per me

Jet Set Roger – “La vita sociale”

Ma alla fine non era solo il ritornello a contare… l’intero testo è una buona rappresentazione della questione. Ecco, giusto per chiarire che a volte mi trovo a confrontarmi con mentalità diverse e che mal-comprendo. Ho scritto ciò a futura memoria, magari un girno poi cambierò idea anche io e mi convertirò al partito del piede + ciabatta, magari mi passerà anche la voglia di comunicare e mi incollerò completamente al mio divano a formare un blocco unico: io, il divano, i miei piedi nelle pantofole, avvinghiato a un dual-shock, gli occhi spiaccicati sul televisore, movimenti semiplastici dei polpastrelli e junk food manco fosse il piano Marshall.

Per adesso cercherò di imparare a memoria la canzone per riproporla nei momenti più adatti, adattandola a conversazioni che in fondo vertono proprio su quegli argomenti tanto cari al partito sopracitato: tecnologia, neosocialismo, protoliberismo, videogiochi, siti porno, merendine, celhopiùlunghismi di stampo 2.0 (tipo la posizione sulla blogbabel), esplosioni di cattolicesimo inverecondo, dichiarazioni di stima verso certe boyband germaniche con velleità nipponiche (in salsa transgender) ed in fine pippologie volte a dimostrare la superiorità dell’astratto sul concreto.

Il mitico disegno in testa al post è stato fatto dal mio amico che porta sempre, per quanto opinabili esteticamente parlando, dei mocassini afgani.

 

Progetto Drean!

7 Feb

Il manifesto mi sa’ di deja-vù: “Prima o poi doveva qualcosa succedere, mi dicevo, ed alla fine è successo”.

Siamo quelli nati in Italia più di vent’anni fa e meno di trenta. Una generazione priva di valori e di ideali, che considera il problema della globalizzazione fuori moda e la politica roba da cinquantenni.

Siamo annoiati, scontenti, nel migliore dei casi riusciamo a lamentarci, ma da parte nostra non abbiamo mai avuto intenzione di fare niente, aspettiamo, che qualcun’ altro cambi le cose per noi.

Aspettiamo, e intanto non vogliamo essere disturbati, non leggiamo libri, non leggiamo quotidiani, quello che c’è aldilà del nostro metroquadrato di spazio vitale non ci interessa, ci interessa la stabilità, la normalità, il quieto vivere e il benessere materiale. Lo dicono le statistiche, se dovesse mancarci il denaro saremmo disposti a vendere un organo, a prostituirci, a tradire il paese, gli amici.

Aspettiamo e intanto ci giustifichiamo, continuamente, prima di tutto con noi stessi, continuiamo a ripeterci che non è colpa nostra, che è colpa della società, cercando di rassicurarci. E il più delle volte ci riusciamo. Come se poi quella società non fossimo noi a farla. Come se non ci riguardasse. Come se non fossimo noi a dover costruire il futuro nel quale vivremo.

Siamo apatici, menefreghisti, non crediamo più in niente, ce ne stiamo immobili senza fare niente ad aspettare che il tempo ci passi addosso cercando di farci meno male possibile.

Non abbiamo più voglia.

Non abbiamo più sogni.

Forse è tempo di cominciare a farci qualche domanda.

Sono assolutamente tentato di partecipare… sicuramente lo metto in lista tra le cose da fare a Marzo.

Promesso! preparerò il mio 50×70.